domenica, marzo 04, 2007

La canocchia, pannocchia, sparnocchia. Insomma...

In uno degli ultimi post, svettante nella sua pericolosa bontà, ha fatto capolino la canocchia. Ed è stato un bel revival, perché proprio questo simpatico crostaceo era passato per i fornelli del Monolocale, precisamente nel primo post in assoluto. Come da buona habitué delle ricette civitasvetuline.
Gli amarcord, è assioma appurato, generano pensose rievocazioni e profonde disquisizioni ammantate di fumo blu di sigarette.
E quando il buon Prof – sparring partner di chiacchiere nei turni interminabili – ha sciorinato l’appellativo di “strappabocca” riferito alle canocchie, non ho potuto fare a meno di ricordare le microlacerazioni che in età prescolare seguivano puntuali agli spaghetti con le sparnocchie che mi preparava la nonna.

Ma chi è, più precisamente, questo amabile crostaceo assassino?

Sui tomi polverosi, al fianco della sua foto, c’è il nome Squilla Mantis. Squilla non perché emetta scampanellii, ma perché sembra che la radice rimandi a qualche lemma indoeuropeo che un giorno lontano stava per “finezza”, “filiformità”.
E Mantis, beh!, Mantis è lapalissiano… Sembra somigli ad una Mantide. Che, per la precisione, è quell’insetto torvo, ingobbito, con le braccia protese in posizione di preghiera. Quello che, nonostante il nome, di religioso sembra abbia ben poco, tanto che fagocita il compagno dopo l’accoppiamento.
Come gli umani, che sui tomi polverosi scrivono Squilla Mantis, probabilmente sognano di fare coi loro amanti. Ma questa è un’altra storia.
Per trovare un nome degno di denotarlo, il crostaceo, si è spesso scandagliato l’intero campionario insetticolo.
Lo si è chiamato, ad esempio, cicala di mare, per la somiglianza con la cicala – anche se io, ad esser sincero, ho a malapena presente le fattezze di quest’insetto, che con i suoi incessanti frinii faceva da languido sottofondo alle paciose pennichelle d’agosto. Varianti regionali, Sigà de maa in Liguria o Solegianu de mari in Sardegna.
Che poi, per dirla tutta, la cicala di mare e la canocchia neanche sono la stessa cosa. Infatti, perlomeno nel litorale laziale, viene comunemente chiamata cicala di mare quella che scientificamente ha il nome di Ibacus Novemdentatus. Insomma, questo coriaceo amichetto a lato.
In Sicilia, c’è chi la chiama Schirifizu, forma dialettale per schiribizzo o ghiribizzo, capriccio. Reminescenze filologiche mi ricordano che c’è un forte legame tra il concetto di fantasia e l’anatomia di certi animali, specie quelli dalle forme filiformi e dalle molteplici zampe. Esempi del genere si trovano nell’uso figurato di granchio (per errore) e grillo (per pensiero fantasioso, nell’espressione “avere grilli per la testa”).
Certo, molti epiteti subiscono poi degli stravolgimenti. Così è da intendersi, ad esempio, la forma italiana canonica canocchia, derivante da canna, e in stretta connessione le varianti partenopee sparnocchia o spernocchia, di fatto deformazioni di pannocchia.
In un’ideale top ten degli ittionimi della canocchia, tuttavia, tre spiccano per brillantezza.
Sul gradino più basso del podio, il sardo càmbara de fangu, che appieno fotografa l
a natura di questo crostaceo, un gambero aduso a sollazzarsi nel fango.
Al secondo posto, il ligure balastrìn, piccola balestra.
Ma a surclassare tutti gli altri – rimanendo in ambito bellico –, se non altro per la poeticità della metafora, c’è lo spagnolo galera. Proprio come
l’imbarcazione da guerra romana (anche conosciuta come il nome di galea) corredata di remi, protesi filiformi e semovibili, proprio come le zampette della canocchia.
Ironia della sorte, il termine galea deriva dal greco galeas, pesce spada. Ma questa è un’altra storia…pardon… un altro pesce.


1 commento:

Vaniglia ha detto...

Piacevolissimo da leggere...proprio divertente, tra lo scientifico e il filologico-dialettologico...
Ebbravo Fabrizio! Ma perchè non fai "spieghe" di storia o simili di questo tipo più spesso??! Mah! Vatte a fidà!