martedì, settembre 23, 2008

Riflessioni a margine sul guscio di una chiocciola


Nel 1986, quando è nato Slow Food, avevo cinque anni.
L'unico Manifesto che conoscevo era quello di Mowgli ed il libro della giungla, il primo film che ho visto al cinema. Per due volte consecutive.

Venti anni dopo sarei diventato socio Slow Food, fulminato sulla via di Damasco.
All'epoca uscivo da un lungo periodo di junk-food-addiction. Avevo lungamento frequentato il Mac (e non quello della Apple), convinto – ma quella era l'era gloriosa del rap, dell’americanofilia, dell’appoggio entusiastico della globalizzazione - che tutto ciò che venisse dall'altra parte dell'oceano fosse il Verbo.
Poi, nemmeno ricordo più come, ho letto di rispetto e tutela della biodiversità, territorialità, stagionalità. Ho apprezzato le posizioni di Stiglitz e di Vandana Shiva. Condiviso il Petrini-pensiero.
Ci si può innamorare di un concetto? Se sì, l'ho fatto.

Solo chi era con me nei primi giorni di vita della condotta civitasvetulina sa quante incazzature mi sono preso per la chiocciola. Quanti sedicenti assertori ho sfanculato, quanti faccendieri e loschi figuri ho liquidato in un amen. Un talebano dello slowstyle, questo ero (e sono).
Perché diciamocelo, se l’ideologia sottesa è casta e pura, i risvolti pratici non lo sono nemmeno un po’. Squali e sciacalli sono sempre dietro l’angolo. Ed io, il pelo sullo stomaco, non cell’ho nemmeno un po’.

Mi sono divertito un casino, ad organizzare happenings griffati slow. Mate, birre, polpi e molèche. Zafferani, scarpinate e Caciofiore della Campagna Romana. Ho conosciuto persone squisite, assaggiato prodotti che avevano molto da insegnarmi, e viceversa.
Negli ultimi tempi, quando la mutazione della mission l’ha reso necessario, si è parlato di Terra Madre, della necessarietà di costruire una rete, di temi che oltrepassassero la limitatezza di un approccio squisitamente degustativo.

Oggi rifletto, davanti ad un cappuccino assai cremoso, sul futuro del mondo che si riconosce nelle spirali lente ed orgogliose di una chiocciola.
Dovrei organizzare qualche cena per l'autunno entrante, così magari stimolo lacuriosità e qualcuno riesco a tirarlo dentro. Ma ha davvero senso, organizzare una cena?

Vorrei coinvolgere i miei coetanei, dargli l'opportunità di conoscere un mondo, di adottare un modus vivendi.
Ma con quale faccia dovrei chiedergli di pagare una cena quaranta euro? E magari, contestualmente, sottoscrivere una tessera da venticinque?
Sessantacinque europei, in una serata. Tanti. Troppi.
Ho come l'impressione che il target Slow sia diventato quella borghesia elitaria ed un po' edonista che gode dello sbocconcellamento buono pulito e giusto e non batte un ciglio se c’è da tirar fuori la banconota color arancione pallido.

Oggi, Slow Food (intesa come associazione) dovrebbe secondo me re-inventarsi.
Scoprire un nuovo modello di convivialità, che non richieda necessariamente esborsi.
Aprirsi a dinamiche comunicative 2.0.
Far sì che da fuori possa essere avvertita come un social network più che come una setta nella quale è difficile entrare (tecnicamente si chiama scrematura del mercato) e troppo facile uscire.
Dovrebbe cercare di non presentarsi come Scientology Food.

Dite che un Fiduciario certe cose non dovrebbe nemmeno pensarle, ostentando ottimismo incondizionatamente?
Prima che Fiduciario sono Socio, e prima ancora individuo dotato di onestà intellettuale.
I problemi ci sono. Le soluzioni, vanno ricercate.
E non c'è momento migliore, se non davanti ad un cappuccino cremoso in una mattinata pioviggionosa.

10 commenti:

JAJO ha detto...

Andare a parlare della filosofia Slowfoodiana nelle scuole come la vedi? Potresti contattarne qualcuna in zona e vedere se si riesce a promuovere un po' di "mangiar sano" proprio con quei ragazzi che, ancora oggi come te anni fa, passano i pomeriggi da Mac...

Fabrizio ha detto...

quella delle scuole è già stata percorsa, come strada.
Esclusi quelli disinteressati a prescindere, sai cosa mi hanno risposto gli altri?
"bene, bello, bravi. Da oggi in poi sarò slow anche io. Ma la tessera non me la faccio. Trenta euro, pur volendo, dove li trovo?".

:|

JAJO ha detto...

Insistiiiiii, magari nei 30 euro riesci a far adottare anche il tuo libro come testo scolastico :-D
Dai: 30 euro sono una ricarica telefonica !!!! Meno minchiate su SMS e qualche conoscenza in più per vivere meglio !!!!
J.

P.s.: magari, qualcuno di quei ragazzi, quei 30 euro li spende anche per andare a vedere la Lazzie ! BBBBRRRRRRRRR !!!!!!! :-D

Fabrizio ha detto...

"Dai: 30 euro sono una ricarica telefonica !!!! Meno minchiate su SMS e qualche conoscenza in più per vivere meglio !!!!"

Questa non solo te la quoto, ma me la rivendo pure! :)

sandra ha detto...

Parole sante caro Fabrizio.. Sono socia SLow da qualche anno, e con la condotta di Torino organizzo anche delle cene.
Il tuo discorso non fa una grinza, il problema che la maggior parte delle persone si ferma alla quota associativa, senza vedere quello che c'è dietro.
Dovresti leggere l'ultima intervista di Carlin Petrini su Extratorino di questo mese. Parla anche di questo.
Mi congratolo con te e Chiara.
Sempre ricco di notizie, di ricette e di post molto interessanti questo monolocale!
Buona serata
A presto!

Fabrizio ha detto...

Cara Sandra, dici "il problema che la maggior parte delle persone si ferma alla quota associativa, senza vedere quello che c'è dietro".
Ottimo, rispondo io.
E se questa maledetta quota associativa non fosse che un limite, stante la situazione attuale?
Le barriere andrebbero abbattute, non protette gelosamente.

Ciboulette ha detto...

Domanda stupida: una quota associativa annuale di trenta euro serve a coprire queli costi?

Trenta euro sono una ricarica telefonica, ma sono anche una parte di quello che magari una famiglia cerca di risparmiare sulla spesa, forse anche acquistando cibi fetecchia, scusami la licenza poetica :))

Forse abbassare leggermente il costo del tesseramento servirebbe, e sono d'accordo al cento per cento con te quando dici che la cultura di slow food non dovrebbe essere affatto elitaria, ma alla portata di tutti :)

Fabrizio ha detto...

@ ciboulette:
una soluzione (non una panacea, bada ben, ma una modesta proposta) sarebbe, forse, quella di prevedere quote associative ridotte all'osso (magari non per tutti, ma almeno metterle in conto).

Tipo: se con trenta euro ricevo sei numeri della rivista, dimezzami la quota ed inviami la rivista in formato elettronico (pensa la gioia degli alberi, pensa il risparmio per le spedizioni, immagina quanto consumo in meno di carburante per spostare i volumi da Bra al mondo intero).

ffreefly ha detto...

ciao fabrizio,
orbene...io nell'86 festeggiai alla nascita di slow e a quell'anno risale il mio tesseramento. passarono molti anni e il movimento si evolse o evolvette...bhooo :))
a metà degli anni '90 decisi mio malgrado di non rinnovare la mia sottoscrizione.
sai... quando la pubblicità diventa troppo invasiva sui periodici destinati ai soci mi viene l'idea che non si abbiano + le mani cosi' libere da poter sentenziare e decidere le fortune di aziende che con una recensione quì o là raddoppiavano il fatturato dall'oggi al domani! e questo vale x il ristorante segnalato come x quel vino citato nella guida...
da osservatore esterno ora mi guardo attorno e rimango quantomai perplesso su discorsi tipo i "presidi" sparsi in tutto il globo e poi un attimo dopo il "cibo a km 0"!
ma come faccio a contemplare entrambe le cose? o l'una o l'altra ha qualcosa che non torna..!
sul discorso "costi" a parte la quota associativa su cui sorvolerei, è poi la partecipazione attiva all'associazione che è veramente elitaria!!
e ti porto un esempio... ma come si fa' a diffondere un credo, un'idea, quando poi se vai a guardare gli eventi del nominatissimo EATALY (organizzati nella quasi totalità da slow food http://www.eatalytorino.it/eatalytorino/eventi/ita/eventi.lasso?te=ETE-101 ) ti si propone di sederti a tavoli insieme a 100 persone con un menù che prevede portate fisse e spesso di ingredienti sopraffini ma poveri (sarde a beccafico e non filetto x intenderci)x cifre che battono sempre intorno ai 100 euri.
..ma sai, credo che il business abbia una potenza dirompente...
ma mi fermo quì perchè magari qualche d'uno si è gia annoiato a leggere questa mia filippica...
abbracci

FF

Fabrizio ha detto...

@FF: mi trovi completamente d'accordo.
Solo, ecco, vorrei tanto non dover arrivare a definirmi un osservatore esterno, non ora. Credo (bontà dei vent'anni, devo supporre) nella potenza dirompente dei progetti, nella voglia di cambiamento.
Per questo non demorderò stracciando la tessera (ché avrei buoni motivi per farlo, incoerenza su tutto - presidi-km0 tra le tante),o almeno non prima d'aver fatto sapere a chi di dovere cosa un ventenne s'aspetta da SF.
Magari non è lo stesso che si augura il cinquantenne borghese in pace con sé stesso per mangiare buono-pulito-giusto. Magari no.

[per inciso, sulla questione Presidi, te ne racconto una. L'anno scorso a Roma, all'Enoteca Regionale Palatium, scende Piero Sardo, il presidente della Fondazione Slow Food, una delle menti dietro al progetto dei Presidi. Vado ad ascoltarlo, da bravo militante. Cinque minuti e duemila parole dopo, mi trovavo in disaccordo quasi su tutto. Ho alzato le chiocciolute chiappe e mi sono dato. Per dirti.]