martedì, maggio 27, 2008

Le Relazioni Culinarie di Andreas Staïkos - Quando Cucinare è Amare


Fu a causa degli aromi sopraffini che si insinuavano invisibili attraverso le finestre aperte dei loro appartamenti al sesto piano di via Averof 18 che i destini di Damocle Dimos e Dimitris Isavridis si intrecciarono.

Bastano poche righe, ad Andreas Staïkos, per introdurre il lettore in medias res di un mondo dominato da effluvi, sapori, sensazioni e “prezzemolo danzante”. Staïkos, per chi non lo conoscesse, è uno dei più acclamati e bravi autori teatrali della scena ellenica. Nonché autore del romanzo “Le relazioni culinarie”, edito da Ponte Alle Grazie, non proprio un’ultima uscita, occhei, ma pur sempre uno dei più interessanti romanzi gastronomici degli ultimi tempi. Ed un ringraziamento lo devo a Claire per avermelo fatto conoscere con un commento a questo post.

E’ una storia d’amore, a tutto tondo, quella de “Le relazioni culinarie”.
Perché intessere una relazione amorosa – metafora abusata, è vero, ma cristallina – è un po’ come cucinare. Non a caso, è tra una coccola culinaria ed una anche no che ci ritroviamo cotti a puntino.

Gli ingredienti non devono mai essere banali, nell’amore come in cucina. E lo stupore che vogliamo veder dipinto sul volto del commensale dopo avergli suscitato una sensazione a sorpresa in punta di papille, il fine ultimo (e cucinerò meglio che mai! La soprenderò! […] O salse terribili, salse d’amore, affollatevi nelle pentole e dispiegate il vostro potere!, dice Damocle).

Colpisce il ruolo di Nanà, una volta tanto donna che non “prende” ma è “presa per la gola” da spadellanti maschietti.
Una donna, Nanà, che racchiude in sé tutti i tratti della sfuggevole subdola essenza dell’universale femminino, così insaziabile ed indecisa nel barcamenarsi tra sapori diversi eppure uguali.
La seguiamo farsi avviluppare da arie di Berlioz e bicchieri di retsina di Spata, fare da testimone tacita a depistaggi tra avversari culinari, assistere ignara a singolar tenzoni da chanson de geste – ma tra i fornelli –, farsi rapire da una taramosalata o da una maghiritsa, spiluccante un soutzoukakia o dei dolmades, in un crescendo rossiniano di elaborazioni ed elucubrazioni.

Anche se poi, alla fine, Nanà, Dimitris, Damocle dimostreranno che la poeticità più ammaliante si ritrova nelle cose semplici, nelle materie prime nude e crude, come i carciofi (che grazie ad una sapiente preparazione sanno diventare “principi spinosi”), un amplesso in una calda notte ateniese, o i ricci di mare, quelli prelibati e quasi introvabili – giunti ad Atene dopo estenuanti viaggi a Rafina.

Ricci che, “del resto, sono così belli… Sembrano coralli annegati in un cucchiaio d’acqua dell’Egeo”…
Quello stesso Egeo che ti sembra di risucchiare in un solo sorso tra le pagine veloci di Staïkos.

In quei ricci, proprio come Michele ne “Le gambe di Michele” del Pesce Rosso, c’è “l’essenza del mare intero, lo spirare del vento che tutto rievoca e tutto fa dimenticare”.

In fondo, succhiare un riccio, è un po’ come vivere in un istante gioie e dolori.
A pensarci bene, come vivere una storia d’amore.


[Nella foto: dettaglio di una stupenda foto di Gabriele Scotto da Flickr; copertina di Le relazioni culinarie]

1 commento:

salsadisapa ha detto...

questo libro mi interessa moltissimo... grazie per la segnalazione!