domenica, luglio 12, 2009

¿Quién es Fernando?


Nei giorni scorsi, mentre Chiara spadellava allegramente nel backstage del Panama, sotto il gazebo si rincorrevano vorticosi i briefings per la preparazione dell'Aperitivo d'Autore ProspektivInterstìzzico di venerdì scorso. Così, al diretùr Giannasi e all'utopsico Falconi si sono avvicendati il presi-dente Emho aka Hell-o aka the dark side of Ercolani Bros e la mardelaplatense coppia Maxi+Cintia.

Ecco, proprio ai due artisti argentini sono riconoscente per un paio di cose. In primis, per aver scoperto che come cebador, nonostante mi piccassi di saper tutto ciò che c'è da sapere sul mate, non sono proprio un granché. Ma soprattutto per avermi fatto conoscere Fernando.

¿Quién es Fernando?

Fernando è il còctel argentino per eccellenza, partorito dall'incontro tra il Fernet (meglio se Branca) e la Cola (dicono, meglio se Coca). Come sia arrivata la cocacola nella metropoli bonaerense è fin troppo semplice immaginarlo. Meno banale è piuttosto la storia del Fernet.

Il fatto è che gl'argentini sono tra i primi al mondo quando si parla di farsi ammaliare dalla "favola intossicante" creata dall'erborista Bernardino Branca nel lontano 1845 mescolando aloe, mirra, camomilla, cardamomo, assenzio, chinino e chi più ne ha più ne metta, senza dimenticare lo zafferano (a propos, alzi la mano chi sapeva che con il pistillo più amato del mondo si produce pure l'MDMA).

Più di un milione di cartoni di bottiglie da Salta a Ushuaia copulano annualmente con le bollicine più global della sfera terracquea in un tripudio di Fernandos. C'è chi gli dedica canzoni da hit parade, tipo Vilma Palma che con "Fernet con Coca" è entrata in migliaia di giradischi canticchiando "Sono mezza pazza ma non voglio finire in una cella senza il mio Fernet con Coca" (guardatevi qua il video su youtube: tra l'altro, trattasi di versione altamente rock'n'rolla, e guai a non vederci echi del Blasco quando canta Bollicine).

Il Fernando, in Argentina, è una locura colectìva. E maledetto sia chi si discosta, nella preparazione della polibibita, dal Fernet Branca, brandello residuale d'italianità capovolta, "il dono dell'Italia al mondo", liquore da odi et amo (per la serie, Hemingway lo odiava, Sean Penn dice esser "la miglior droga che abbia mai provato") con quel suo sapore di colluttorio liquirizioso, che qualcuno ha definito una via di mezzo tra Robitussin (uno sciroppo per la tosse) e Pennzoil (olio per motori) e qualcun altro "roba che la prima volta che lo assaggi, per farti capire la sensazione, è come se ti dessero un cazzotto sul naso mentre stai masticando una caramella per la tosse".

Che c'entra, qualcuno cerca di piazzartelo già bell'e pronto (jingle), ma vuoi mettere?, è tutta un'altra cosa, e la sensazione di disgusto è la stessa che ti provocano certi Bellini preconfezionati.

Fernando, il vero, l'unico inimitabile febbrifugo vermifugo tonico anticolerico riscaldante tiramisù in versione estiva, di cognome fa Fernet-Branca.

Anche se nel prossimo incontro con Cintia e Maxi penso di presentargli Fernotto, l'alter-ego italico e anzi tutto Tùscico, nel quale - magari - le bollicine della cola potranno esser sostituite dalle più local frizzantezze del Chinotto Neri.

[pensate anche voi possa esser raquetebueno se Maxi o Cintia o entrambi ce la disegnassero, la loro visione del Fernando?]

Illustrazione - da Flickr - by Figurinas

mercoledì, luglio 01, 2009

Millefoglie di spuma al mango, pesche percoche e passion fruit

Un dolce da preparare in pochissimo tempo ma di ottima presenza scenica e da un profumo ed un sapore vermente incredibile...ESTATE!


Per la spuma 400ml di panna fresca uniti a 150ml di polpa di mango e 50ml di zucchero di canna liquida. Una botta di mixer e nel sifone con una carica....frigo.
Pasta phillo spennellata con burro e zucchero a velo e messa in forno a dorare.
Pesche percoche fresche tagliate sottilissime con l'aiuto della mandolina.

Montate il millefoglie e decorate con una riduzione di passion fruit preparata semplicemente passandolo con un po di zucchero in un pentolino sul fuoco medio e poi filtrato dai semini.
Per un tocco di verde consiglio una foglia di salvia strifinata e lucidata con olio.

Vi è venuta voglia di assaggiarlo? Semplice...passate al Panama Cafè!

venerdì, giugno 26, 2009

Calamaro alla griglia con patate prezzemolate (alla maniera di Tenerife)


Lo scorso dicembre ho avuto la fortuna di partecipare ad una monografia tenuta dal celeberrimo chef Mauro Uliassi. Oltre ad aver assaggiato piatti incredibili, visto materie prime eccezionali, sentito profumi strabilianti e ascoltato incuriosita aneddoti e consigli che ho cercato di appuntare frettolosamente sulla dispensa (ora autografata ;)) ho imparato finalmente a preparare le patate lesse! Si si...a cuocere le patate alla “maniera di Tenerife” cioè nell'acqua satura di sale. In questo modo le patate rimarranno ben sode e saporite poiché la cottura in questa maniera non fa disperdere nell'acqua i sali minerali contenuta in essa.
Come prepararle? Niente di più facile: Per un litro di acqua mettete 200g di sale e fatevi cuocere le patate con tutta la buccia. Quando sono pronte pelarle e saranno pronte per l'utilizzo. Ottime come base per gnocchi o impasti, perfette per insalate e ripieni.
Io le ho condite con olio e prezzemolo e servite accanto ad un freschissimo calamaro passato sulla griglia.

martedì, giugno 23, 2009

Insalata tiepida di polpo e legumi


Eccomi tornata!

Perdonate la lunga assenza ma fra la cucina "Panamense", i guasti del pc e della macchinetta fotografica qui la situazione è stata veramente complicata!


Nei prossimi giorni cercherò sicuramente di proporvi un sacco di nuove e colorate ricette. Per ora una insalata servita tiepida (dato che qui, incredibile ma vero fa freddo!) di polpo (rigorosamente di scoglio) agretti, ceci e patate.

Prepararla è stato facilissimo...

Fate cuocere il polpo in acqua bollente a fuoco medio con carota, sedano, qualche grano di pepe, un gambo di prezzemolo e patate intere (io consiglio con la buccia ben lavata). Quando infilando un forchettone all'attaccatura delle ranfe il polpo risulterà morbido spegnete e raffreddate. Pelate le patate. Bollire i ceci precedentemente ammollati. Sbollentate gli agretti in acqua bollente salata (volendo anche nella stessa acqua del polpo). Riducete il tutto a pezzetti. Quando gli ingredienti sono ancora tiepidi condite con una emulsione di sale, olio, limone ed un trito di prezzemolo e basilico.


A domani!

mercoledì, giugno 10, 2009

L'amore in un chicco di riso


[Ovvero, in nomine Chiara, Madre, Insalata di Riso. Amen.]
a
L'insalata di riso di mia mamma, il classicissimo dell'estate, non è mai stata un granché, per sua stessa ammissione.
Mia mamma come cuoca, non è mai stata un granché, per sua stessa ammissione.
(Qua finiscono gli improperi contro l'attitudine gastronomica di mia madre, ché da quando ha scoperto il web, da Facebook in giù, s'aggira pericolosamente per le righe che scrivo).
a
Dovessimo fare un paragone (uh! mai! è una trappola atavica!) tra l'insalata di riso di Chiara e quella di mia mamma, quantificandolo in chicchi, il risultato sarebbe quello della foto. Mia madre è quella a sinistra, ça va sans dire.
a
Però.
Però è sorprendente testare come le tendenze siano fatte per essere invertite.
Ed oggi mi ritrovo col bento, al lavoro, carico d'insalata di riso preparata da mia madre.
Cosa è successo?
E' successo che la nuora ha convertito la suocera (uh! mai! ci stai cadendo anche tu!).
a
Via il Condiriso prét-à-porter.
Dentro verdure fresche di stagione, ed anche un tributo al Gargano con l'introduzione estemporanea di lampascioni e pomodori secchi.
"Ho rubato la ricetta a Chiara", ammicca vergognosa la plagiante genitrice.
Cosa non si fa per amor filii...
a
Dimostrazione lampante di come il riso, contro ogni diceria popolare, abbondi nella pentola dei lungimiranti, oltre che sulla bocca degli stolti.
a
[rispolverate il vostro inglese ed andate su http://www.freerice.com/. Ad ogni synonym indovinato, 10 chicchi di riso verranno donati allo UN World Food Program]

giovedì, giugno 04, 2009

Pinocchio e la memoria liquida


[ancora un po' di pazienza per il grande ritorno delle ricette di Chiara. Giuro. Nel frattampo, per ingannare l'attesa, un contributo "non-monolocalesco". Capita che al citofono suoni Andrea Giannasi, giornalista, storico, editore di Prospettiva e - mi piace pensare così - slow gourmand da quando ha preso a pubblicare gente che ha a che fare con pesci rossi ed inafferrabili weltanschauung. Il quale, brillantemente, sciorina divertissement gastrofanatici. Tipo quello che segue, tra Pinocchio, memoria liquida e madelaines garfagnine]
a
“Entrati nell'osteria, si posero tutti e tre a tavola: ma nessuno di loro aveva appetito.
Il povero Gatto, sentendosi gravemente indisposto di stomaco, non poté mangiare altro che trentacinque triglie con salsa di pomodoro e quattro porzioni di trippa alla parmigiana: e perché la trippa non gli pareva condita abbastanza, si rifece tre volte a chiedere il burro e il formaggio grattato!
La Volpe avrebbe spilluzzicato volentieri qualche cosa anche lei: ma siccome il medico le aveva ordinato una grandissima dieta, così dové contentarsi di una semplice lepre dolce e forte con un leggerissimo contorno di pollastre ingrassate e di galletti di primo canto.
Dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d'uva paradisa; e poi non volle altro. Aveva tanta nausea per il cibo, diceva lei, che non poteva accostarsi nulla alla bocca.
Quello che mangiò meno di tutti fu Pinocchio. Chiese uno spicchio di noce e un cantuccino di pane, e lasciò nel piatto ogni cosa. Il povero figliuolo col pensiero sempre fisso al Campo dei miracoli, aveva preso un'indigestione anticipata di monete d'oro
.”

Capitolo tredici di un romanzo buono per ogni età.
Talmente buono che ogni volta che si rilegge – invito tutti a farlo almeno ogni tre anni – ci troviamo davanti un Pinocchio differente.
Questo perchè quel bischero cresce con noi. Strano a dirsi ma è proprio così.
Ma non di questo volevo parlare. […].
Entriamo nella questione. Il gusto non è solo sensazione piacevole del palato, ma trascina con sé una memoria liquida che corre dentro ognuno di noi.
Non è insolito, quindi, quando incontriamo vecchi sapori, legarli indissolubilmente a ricordi passati. E così vecchi volti tornano ad affollare la nostra testa e una sorta di corto circuito ci frena e disarticola. Tutto questo accade quando le nostre papille trovano un castagnaccio cotto nel forno a legna che ci ricorda proprio quello della sorella della nonna, che se ne stava lassù a Sassorosso.
Oppure quel vino aspro, il crinton, che non ci fa scordare la raccolta delle patate sotto il sole e la fatica della carriola che va e viene per portarle di corsa al buio della fresca cantina.
E ancora la ricotta con i necci, matrimonio natalizio che non rischia fallimenti.
Solenni le zuppe di farro con l’olio che pizzica e la mondiola e il lardo. Non possiamo neppure dimenticare i primi scherzi a scuola con il bazzone o il biroldo a ricordare qualche disegno fisionomico o il più bischero della classe. Dunque come il “galletto di primo canto” ci ricorda, la cena di Pinocchio, altri piatti o sapori ci rammentano altri momenti.
Ma c’è un problema.
Non è così semplice attivare le memoria liquida. E conservarla non è sufficiente.
Va custodita con cura e pazienza, perché non sempre emerge. Anzi rischia di finire diritta in una stanza talmente remota, da dimenticarne perfino l’esistenza.
Perdere questo bagaglio significa lasciarsi per strada la nostra storia.
[…]
Quindi meglio l’abbuffata del gatto e della volpe, o piuttosto correre su e giù?
Lorenzini detto il Collodi ci insegna che alla fine non ci sono dottori o nausee che tengono.
La buona cucina non ha confini e la memoria è estesa proprio come un grande mare.
Un mare liquido e ficcato dentro ognuno di noi.
a
Andrea Giannasi

sabato, maggio 30, 2009

Appunti per un fishermen's market civitasvetulino, meglio se pop, con un occhio ad Ostenda (ovvero, Wertmulleriano elogio al gamberetto crudo)

[piccolo preambolo. Chiara ha sempre un Panama da governare. In più, il Vaio sembra essere diventato terra pei ceci, come si dice da queste parti per chi è dipartito. Ecco spiegata la sua perdurante latitanza. Promette di mettersi al paro, promette.]

Sulla spiaggia di Ostenda tira sempre vento. Il sole, pallido, sembra schifarti. L’oceano, burrascoso, irride le tue chiappe mediterranee.
Allora, sulla spiaggia di Ostenda, l’azione più sensata che si possa intraprendere è scambiare due parole con chi, sulla spiaggia d’Ostenda, sembra trovarsi a suo agio, se non altro perché in quel lembo di Fiandre ci vive.
Che poi, ti confesseranno, il luogo che proprio non puoi perderti non è la spiaggia, ma la Albert I Promenade, un vialone sul quale non andresti mai a passeggiare se odiassi i capelli scompigliati.
Io ci son stato, sulla Albert I Promenade, ad Ostenda, ed anche su un molo dove ho mangiato gamberetti in fasce. Li portano direttamente i pescatori, quando tornano dalle battute di pesca, al calar del sole. Si piazzano in certi carrozzoni simili a quelli dei porchettari e cucinano gamberetti. Alla brace, in cartoccio, fritti. Ad alcuni permettono addirittura di suggere le delicate carni dai carapaci crudi, in un afflato di pedofilia ittica.
Tu, mentre sgranocchi la grigia croccantezza gamberéttica, puoi comprare una sogliola, un merluzzetto, quel che il mare ha offerto quel giorno. Ma vuoi mettere, la gioia di un acquisto mentre addenti un gamberetto?
Raccontai allora a quell’ostendese, semmai così si chiami, che anche noialtri, a Civitavecchia, abbiamo i pescatori che vendono il ripieno delle reti al ritorno dalla paranza. Ho speso quattordici minuti a cercare il lessema utile, in inglese, per paranza. Sembrava aver capito.
I pescherecci, nella nostra città - continuai - arrivano fin dentro il cuore pulsante del porto vecchio, in una darsena racchiusa tra un’antica rocca medievale ed il molo dell’ex lazzaretto. Aveva un’espressione di sincero rapimento. Però non cucinano gamberetti sul molo, chiusi evasivo, mentre un frammento di carapace s’impigliava tra gli incisivi.
Mi venne da pensare, al quattrocentesimo gamberetto spogliato ed ingurgitato, che ci mettessimo a farla noi a Civitavecchia, questa pantomima del gamberetto cucinato e servito su due piedi, à la street food, il pubblico apprezzerebbe mica.
Da noi solo mise-en-place ficherrime e chef telegenici.
Come direbbe Tomasz Kuciewski, qué làstima.

lunedì, maggio 25, 2009

Marta, Martino, la Cannaiola ed i Castelli

Poco prima che l'Angelo della Temperanza, intonando "Beati gli illuminati da Dio che non si fanno eccitare dalla gola e hanno fame di quanto è giusto", li trascinasse fuori dalla Sesta Cornice del Purgatorio, Dante ed il suo vate Virgilio s'erano imbattuti in Martino IV.

« ...ebbe la Santa Chiesa e le sue braccia: dal Torso fu, e purga per digiuno l'anguille di Bolsena e la Vernaccia »

cantava di questo Papa francese il Sommo.

Simon de Brion, che tale era stato fino a quando nel conclave di Viterbo del 1281 non era stato all'unanimità papizzato, era un bon viveur.
Durante i suoi (pochi, per la verità) soggiorni a Montefiascone, diede dimostrazione di apprezzare particolarmente il pescato di lago, anguille e coregoni capintesta, nonché le vernacce prodotte dai contadini della zona.

Un elogio di Martino IV, questo è certo, sarebbe riuscito a strapparlo anche Tonino Castelli, che con suo fratello Silvano - dopo un meticoloso e certosino lavoro di recupero della memoria storica - è riuscito a rispolverare il lustro di quella vernaccia prodotta con il Cannaiolo Nero, la Cannaiola, nell'ultimo ventennio destinata ad imperitura memoria come vino edulcorato e contraffatto ad arte per imbambolare imberbi frequentatori di nazionalpopolari adunate di massa sagresche.

Il Martino IV prodotto dall'Az. Agricola San Savino è un un Colli Etruschi Viterbesi D.O.C. dalla facile beva, che può essere sorseggiato anche fresco, giura Tonino, e tutt'altro che banalmente abbinato non solo alla pasticceria secca, come tradizione (sofisticata, anch'essa) vorrebbe.

Noialtri del civitasvetulino chioccioloso convivio proviamo a sfatare il mito della finta Cannaiola incontrando il vignaiolo Castelli venerdì 29 alle 18.00 (fuso Slow, quindi 18.30...) al Panama Café, per farci una chiacchierata e degustare la Cannaiola di Marta con qualche finger food griffato Chiara.

Per maggiori info, qua sotto c'è la locandina in geipeg. Oppure provate a cliccare qua.



martedì, maggio 19, 2009

I Finger Food del Panama Café

Ultimamente i fornelli del Monolocale si sono accesi un po' meno frequentemente.
Saranno i primi caldi, saranno i libri che malandrini si riaffacciano a ricordarti che ci sono gli esami ad attenderti, saranno le mille novità...
Ma soprattutto, a tenermi lontana dal Monolocale, è stato qualcosa di più impegnativo ed inedito...
L'apertura del Panama Café!
Venerdì scorso lo abbiamo inaugurato (nonostante fosse aperto da più di un mese, Marilì di Gustoshop che è stata una delle primissime clienti lo può testimoniare), e per l'occasione ho pensato di concentrarmi su una mia passione... i Finger Food!


In alto a sinistra, il Salmone Marinato sotto sale, arancio e finocchietto. Sullo sfondo, i miniCousCous zucchine e basilico.
A destra, invece, Pomodorini Taggiasche e Basilico con, sullo sfondo, le miniCaponatine Estive (delle quali già tempo fa pubblicai la ricetta).


Sperando che tutto andasse liscio come quando suona l'orchestra Casadei ho sfornato anche delle miniPiadine Romagnole, accompagnandole con del sanguigno e salutare Gazpacho Andaluz.


Ma con l'estate alle porte non potevo evitare di dare una sferzata di colore!
Ecco allora, a sinistra, i Cheesecake alle Fragole (variante di quella di qualche giorno fa) qua in accostamento (mica troppo azzeccato, eh!) alla Chicken Salad che gli sta alle spalle.
A destra, invece, i bicchierini in assoluto più colorati: le creme di Rape Rosse e Sedano Tostato in violaceo, di Arancia e Carota in giallo vivo!

Dicono che il rosso porti bene: se così fosse, meno male che ho previsto un tavolo tuttoRosso!

E mentre tutti i curiosi e gli amici sbocconcellavano finger food, noi quattro dello staff, io, Riccardo, Paola e Simonetta ci concedevamo un bel brindisi a Champagne!
Ce lo siamo meritati, no?

giovedì, maggio 14, 2009

Panama Café Great Opening Party (Il Monolocale... fuori dal Monolocale)


Vi aspettiamo domani pomeriggio, venerdì, dalle 18 in poi per un estiveggiante aperitivo d'inaugurazione...

Sotto il gazebo (tempo permettendo) con una selezia di finger food, mojitos caleidoscopici e bollicine a go-go.

Dj set del grandioso e spumeggiante Pruno.

Per arrivare, beh, check it out (proprio alle spalle dell'Area di Servizio Erg, non potete sbagliare)

venerdì, maggio 08, 2009

Ode a Sahib Riccardo C.

Più volte avevo rimpianto di non esser stato invitato chez Riccardo (al centro, nella foto) in uno dei suoi sciccosi et gourmet vernissaggi clandestini, nei quali ogni invitato ha una missione (nei bigliettini, a-side e b-side della mission di mia sorella Fede).

In particolar modo ancora rosico per non esser stato testimone oculare il giorno in cui è riuscito a far entrare nel suo miniflat diciassette persone (ed una bicicletta).
Per questo, quando l'invito ufficiale è finalmente arrivato, non ce lo siam fatti dire due volte.
Trattavasi di una cena indiana. Riccardo era ufficialmente Sahib Riccardo.

La scelta del subcontinente indiano non è stata casuale. Come ti racconta, infatti, Ric ha passato qualche mese nel Tamilnadu per lavoro. Là, pieno di curiosità, s'è aggirato per le cucine ed ha banchettato con i locali, rubando con gli occhi e con le parole ricette e sensazioni.
La serata è allora scivolata via tra un ricordo di viaggio ed uno sbocconcellamento di sambal di melanzane, un po' di pollo al curry e po' tandoori, passando per l'immancabile garam masaala per l'occasione compagno di danze di festanti zucchine. Sbevicchiando, ça va sans dire, India Pale Ales dal monolocalaio beer-addicted mesciute (nella foto la trionfalmente luppolata Flying Dog APA, v'erano anche la Samuel Smith's Ipa e la Jaipur).
Qua sotto qualche ricetta strappata - non senza vincere qualche ritrosia - al padrone di casa, Sahib Riccardo (con un clic s'ingrandiscono).


E tanto per non farci mancare nulla, grazie alla presenza tra i convenuti di un Fabrizio dalle reminescenze persiane, largo a dolci artigianali teheraniani pistàcchici al punto giusto, ergo tanto.


Abbisogna che Sahib Riccardo ci inviti più spesso...

mercoledì, maggio 06, 2009

Molecolasì-Molecolanò: anche un Amish torna sui suoi passi

M'era venuto di dire la mia, in totale ritardo e con una sferzata di antinazionalpopolarismo snobissimo e pure un po' dandy, sulla boutade cucina molecolare sì-cucina molecolare no istigata con levità da Striscia la Notizia e ripresa dal foodblogging come una crociata stile "in hoc textura vinces".
Il fatto è che quella paventata dai pasdaràn della cucina tradizionale (ed ergo dai nemici giurati della gastronomia scientifica, come se non esistesse un punto d'incontro, una mediazione) m'aveva fatto pensare all'irriduzionalismo Amish. Forse perché in un delirio di commonplace avevo pensato all'Amish come al passatista per eccellenza, all'archetipo del conservazionismo.
Ma poi io, della cultura Amish, conosco ben poco.
Per questo, sorretto da un'ulteriore folata di banalità, mi sono andato a documentare su Wikipedia.

Ed ho scoperto.
Ho scoperto che ai giovani Amish viene concesso, in un periodo più o meno lungo chiamato Rumspringa, di provare tutto ciò che il codice morale amishico vieta, tipo indossare i bluejeans fumare spinelli pisciare per strada copulare senza scrupoli truccarsi baciarsi penitenza lettera o testamento.
E che passato questo periodo, beh, il novanta per cento degli amish-in-stand-by torna al vecchio (sic) stile di vita. Col sorriso sulle labbra, per giunta.

Ed allora la mia congettura s'è smontata come una spuma sifonata al passare delle trentasei ore, perché se anche una confessione religiosa così rigida concede il placet per un tuffo nel proibito, ecco, forse quel proibito così diabolicamente proibito non è, dopotutto.

Un apprendistato alla capacità di discernimento
. Ecco cos'è il Rumspringa. Ecco cosa ci vorrebbe, in cucina.

Mutatis mutandis
, per riportare il discorso sui binari iniziali, se un tradizionalista prova a dibattersi in cucina con alginati e xantane e s'inebria di consistenze gelatinose, alla fine, ma cosa succederà mai?
L'importante è avere la certezza che, comunque vada, a questo cuciniero Rumspringa si può sempre porre fine.
Se proprio ci fa schifo schifo, intendo.

domenica, maggio 03, 2009

Cheese cake espresso alle fragole


Per preparare questa rapida ricetta vi dovete munire innanzitutto di un bel calice da vino rosso. Mettete sul fondo del bicchiere del crumble che avrete preparato con dei ritagli di pasta frolla oppure dei classici biscotti Digestive. Poi frullate 4-5- fragole, filtrate il composto e mettetelo sul fondo del bicchiere con qualche pezzetto di fragola intera. A questo punto setacciate la robiola (150g) e lavoratela con lo zucchero (4 cucchiai abbondanti) e i semini di una bacca di vaniglia. Montate la panna (125 ml) ed unitela al composto delicatamente. Mettete nella sacca da pasticcere e riempite i bicchieri fino a metà circa. Finite i bicchieri con cubi di fragola fresca.

sabato, maggio 02, 2009

Pantasiléa in cucina (picniccando col surreale)


Che poi, ci pensavo un po’ di tempo fa, a cucinare bene e a fornire imprinting culinari prêt-à-porter sono da sempre le nonne, mica le madri.
Figurarsi quella di Gionata, di madre.

Gionata è uno dei personaggi - oh, IL personaggio - di ciò che ho appena finito di scrivere.
Che è un romanzo, ma non ha ancora un titolo, o quantomeno non uno stabile e conclamato.
La pantasiléica gionatesca genitrice è una per la quale, all’ombra di una scena magrittiana, puoi tranquillamente ritrovarti ad interrogarti “su cosa ci fosse di meglio al mondo dell’essere Gionata, vivere con una donna che coltivava peyote come tu facevi col basilico, sul davanzale di casa, fregandosene di tutto e tutti.”.
La pantasiléica, che la prima volta che la vedi “ha con sé una cartata di coppiette di maiale ed una bottiglia di cannaiola artigianalmente confezionata”, è pure una sorprendente cuoca, però. Nonché una buongustaia.

E che tripudio di fornellistico godimento quando si cimenta nella preparazione del capriolo, immancabile desinare del dì di festa.
Oppure quando, ti stupisce “estraendo dal cilindro nientepopodimenoché un doro wot etiope di rara bontà, "e allora non sai fare solo il capriolo", aveva scherzato Gi. Avevano intinto injera ad oltranza, i tre, mentre il sole calava all'orizzonte e nei bicchieri la schiuma della birra con l'elefante sull'etichetta lasciava i segni d'ogni sorso, scandendo i discorsi.”.

E’ che la food-addiction è una malattia. Seria. Contagiosa. Altro che febbre suina.
E te la ritrovi pure tra un bum ed un cha. Pure in certi picnic surreali.
Per dire.

martedì, aprile 28, 2009

'Sbulba


Giemme, quando non dirige riccardomutisticamente le trivellazioni della Roma underground, piglia il primo volo con destinazione Panama, impreca non una non due non tre ma quattro volte ad ogni cuginesca biancoceleste segnatura, e scopre il favoloso mondo delle birre artigianali.
“Però, ‘sta Sbulba”, ti dice.

Sbulba, che sarebbe un bel cognome se il nome fosse Tarà, è invero Boulba, all’anagrafe Taras.
Una delle più buone artigianali che mi (ci, comprendendo Giemme, e pure D., dài) sia capitato di bere in questi ultimi tempi.
La Taras la brassano i tipi di Zinnebier (o Brasserie de la Senne... ah, la Belgique!), bruxellini veri, di quelli che se gli dici “oh, vado a visitare Anversa” ti dicono “ma che cazzo ci vai a fare, ad Anversa”, e che davanti ad un “quant’è bella Brugge” sciorinano con aria da maestrina dell’asilo “Bruges, s’il te plait”.

Taras Bul’ba è anche il nomecognome di una delle più riuscite epopee epiche del secolo decimonono, a firma Gogol’.
Riassunta in una manciata di spicciole parole, la storia è quella di un guerriero cosacco, Taras per l’appunto, e dei suoi due figli, Ostap ed Andrij. Se il primo diverrà grande condottiero, il secondo abbandonerà padre, fratello, fede, eroismo per una donna. Polacca, per giunta. Come va a finire non starò qua io a raccontarvelo (vero, DF?).

Certo è che quella di Taras è una storia amara, proprio come l’omonima birra, extrahopped recita l’etichetta, e straluppolata invero.
Anche se poi, nelle sfumature d’amaro, capita più d’una volta di scorgere nuances dolci (ah, l’amour!), accattivanti, financo comiche.
Non a caso i tizi del Zinnebier hanno deciso, mutatis mutandis, di rappresentare l’ira d’un padre fiammingo nei confronti del figlio reo d’essersi innamorato d’una vallona.
Così la raccontano a Bruxelles.

Noi si fa finta di crederci. Soprattutto Giemme, che di tutto punto, gradita la storia, ordina prestamente un’altra Sbulba.

venerdì, aprile 24, 2009

Conchiglie con pesto all'ericina

Un bel frullatore, ingredienti scelti, qualche minuto a disposizione e vi mangerete questa ottima pasta! Non so se in realtà sia la vera ricetta del pesto all'ericina, mi ricordo di averlo assaggiato sul posto ed aveva un sapore più deciso, io ho cercato di preparare una versione leggermente più delicata, il risultato è stato eccellente...provare per credere!

Ingredienti:
2 manciate di pachino
2 manciate di parmigiano
1 manciata abbondante di mandorle tostate
1 manciata di basilico
sale
pepe
olio evo
2 acciughine
qualche cappero


Frullate tutti gli ingredienti lasciando il pesto un grossolano. Cuocete la pasta in abbodante acqua e condite con il pesto fuori dal fuoco.

mercoledì, aprile 22, 2009

Involtini di tacchino con pecorino Falisco e bietola

Dopo un po di giorni di assenza, impegni, novità...vi propongo questi involtini molto carini, semplici e saporiti che potranno risolvere i vostri pranzi o cene accompagnati da una bella misticanza.

Procuratevi della fettine di petto di tacchino e battetele per renderle più sottili e omogenee. Tagliate sottilmente il pecorino (io ho utilizzato del pecorino Falisco della azienda Chiodetti di Civitacastellana) e terminate con una foglia di bietola fresca appena scottata. Arrotolate e mettete al microonde (io ho settato 5 minuti Jet). Guarnite con qualche foglia di bietola fresca condita e un ciuffetto di menta strofinata che darà ancora più profumo al piatto!

lunedì, aprile 20, 2009

Tortino tiepido di mandarino con aria di agrumi (repost, perché Ci piace un sUcco)


Qualche assiduo frequentatore del Monolocale potrebbe chiedersi che fine abbia fatto Chiara.
Lost in Panama, mi verrebbe da rispondere.
Lost in Kitchen @ Panama, meglio.
a
Lost in Kitchen è anche il nome - uau, che bella liaison che ho trovato - di un ficherrimo foodblog che per spegnere la sua prima candelina ha ben pensato di lanciare un concorso, Ci piace un sUcco, endorsed by l'azienda vinicola Villa Matilde.
a
Ora, ecco, di preparare ex-novo tempo non ve n'era, perciò dàgli con la deprorevole pratica del Repost.
Siamo arrivati in zona Cesarini per la partecipazione al concorso, e sempre in tema di zona Cesarini guest star della ricetta sono gli ultimi mandarini di stagione, quelli marzolini.
a
E l'aria d'agrumi si compenetra con quella di primavera (occhei, qua un po' più forzati...).

Quindi...
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Tortino tiepido di mandarino con aria di agrumi
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Quei mandarini poggiati sulla credenza si davano troppe arie per i miei gusti...
Per questo ho pensato di farli volatizzare... anzi, per dantesco contrappasso, di farne... come dire? Aria a
Per fare l'aria basta avere della lecitina granulare e un minipimer ad immersione... Utilizzando le dosi dell'incredibile Ferran non ci si sbaglia mai, così per questa aria di agrumi riunite

250g di succo di agrumi (tenete le scorze per decorare)
275g di acqua
1,5g di lecitina granulare che dovrete precedentemente ridurre in polvere per avere un migliore effetto.
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A questo punto non vi rimane altro che mettere il frullatore a metà altezza ed incominciare ad incorporare aria, fate riposare qualche minuto in frigo e ci siamo....
Otterrete una schiuma soffice, prufumata ed inconsistente...tipo quella del bagnoschiuma!
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Io l'ho messa vicino ad un cubotto di torta morbida al mandarino con sopra un filino di miele e degli spicchietti di mandarino pelati a vivo...
Cosa aspettate a preparla???

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Mh, ricordo anche un'altra cosa.
Che a noi, all'assaggio, c'era piaciuto...un sUcco!

venerdì, aprile 17, 2009

"Guarda che mare" + "La riscossa del pesce negletto"... Succede a Food&Book

Domenica 26 Aprile 2009

Dalle 18.30 ad oltranza

La Condotta Slow Food Civitavecchia e ProspettivaEditrice

con il patrocinio della Città di Civitavecchia

presentano


Qual è lo stato di salute dei mari? Come è influenzato dai nostri comportamenti quotidiani, anche e soprattutto a tavola?

Proviamo a darci una risposta chiacchierando, con il valido supporto del Biologo Marino Marco Corti, con Cinzia Scaffidi e Silvio Greco, autori di Guarda che mare, edito da Slow Food Editore.

A partire dalle 18,30 all’Antica Rocca Medievale presso la Darsena Romana nel Porto di Civitavecchia (proprio di spalle agli ormeggi dei pescherecci) si disquisirà delle diverse tipologie di pesca e delle problematiche a esse collegate: ambiente marino (rapporto tra terra e mare, inquinamento, problemi gestionali); economia (mercati, distribuzione); gestione (norme nazionali e internazionali, politiche europee).

Ma soprattutto ci daremo delle dritte sui comportamenti virtuosi da adottare per diventare consumAttori e migliorare le condizioni di mari, acque interne, stock ittici attraverso differenti e più coscienziosi modelli di consumo.

L’ingresso è gratuito.

A completamento della giornata, presso il Ristorante La Bomboniera in Corso Marconi 50, alle 20.30 partiremo alla scoperta del pesce buono, pulito, giusto e dimenticato con la Cena a Tema “La riscossa del pesce negletto“. Spatole, sarde e palamite si sposeranno con il Vermentino di Gallura superiore “Aldia” della Cantina Vigne Storiche del Giogantinu Berchidda.

Un matrimonio che per i soci Slow Food costerà soli 25 euro (30 per i non soci).

Per le prenotazioni, contattare Giulio Bussu allo 076625744 entro e non oltre il 20 Aprile.

[via foodandbook.wordpress.com]

domenica, aprile 12, 2009

FantaGastroPolitica (di Ahmadinejad, di Netanyahu e dei Pistacchi)


[per inciso. Una settimana senza post, nel Monolocale. Lunga, una settimana. Per dire, sarebbe sufficiente per imbarcarsi destinazione Panama, arrivare, sorseggiare un Café sullo Stretto, ritornare. Per dire.]
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Provate ad immaginare.
Siete israeliano ed odiate l'Iran. Anche commercialmente, tanto che non potete importare da Teheran.
Vi piacciono i pistacchi. Oh, se vi piacciono. Andate sempre in quel lounge-bar, a Tel Aviv, dove ne sgranocchiate un miliardo sorseggiando birre d'importazione. Ma mica dall'Iran.
Poi, un bel giorno di sole, leggete sul giornale che quei pistacchi di cui andate pazzi, il 90 percento di quei pistacchi che credevate provenienti dalla Turchia, ecco, dalla Turchia vengono, è vero, ma dopo esser stati raccolti, indovinate un po'?, in Iran.
Allora leggete anche che il vostro primo ministro, Netanyahu, decide di aumentare l'Iva al 23 percento sulle importazioni, così, per scoraggiare.
Ma scoraggiare chi?, di preciso.
Phyllis Glazer, che ha scritto un libro sul cibo in Bibliae Templorum, con un commento caustico riassume ed al contempo esprime la più lucida sentenza possibile quando afferma "Mangiare avvicina i popoli. E che stupidità stupirsi del fatto che a noi israeliani piacciano i pistacchi iraniani. Non è mica coi pistacchi che si pagheranno l'atomica".
Infatti.
Anche se quei pistacchi là, quelli del lounge-bar di Tel Aviv, ecco, sono una bomba.
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[liberamente ispirato ed in parte tratto da un bell'articolo di Francesco Battistini sul supplemento domenicale del CdS]