sabato, dicembre 29, 2007

I regali del Monolocale... La prima metà della mela


Dicevamo, ieri, della food-addiction...
Che, ineluttabilmente, ha influenzato anche le scelte dei regali natalizi del Monolocale.

Chiara, cogliendo appieno la copiosità d'una passione che m'ha travolto come un fiume in piena, ha ben pensato di regalarmi... l'opportunità di brassare.
Nel pacchettone, infatti, troneggiava il kit full-optional di Mr Malt. Questo


E Chiara, in dono, cosa avrà ricevuto mai?
Beh, un po' di suspance, no...?

Nel frattempo, cercate di scorgere tra le righe qualche indizio.
Il biglietto, un "centoparole" creato all'uopo, ne porta in grembo una manciata...

Osservarla in silenzio è quanto di più rilassante si possa immaginare. Non una parola, non una.
È bello vederla armeggiare coi sentimenti ed i mestoli, allo stesso modo, magica e trasognante.
È bello perché è lei.
Dalla finestra un vocìo si insinua sommesso, ronzio di marmitte, bitume sciolto e gommoso misto ad essenze ed effluvi che provengono dalle pentole in ebollizione.
Le nuvole di vapore disegnano tardoadolescenziali cuori stilizzati, prima di rapprendersi in una sfera che fluttuante presto scompare.
Ti raggiunge sul divano, a piedi nudi, senza far rumore.
Spumeggiante ti dice “buon appetito”.
Tu, abbracciandola, vorresti durasse in eterno.

...secondo voi?

venerdì, dicembre 28, 2007

Quando sei food-addicted...

Non è che ce se ne accorga in divenire, d'essere food-addicted.
Te ne rendi conto col senno di poi, scartabellando quanto hai scritto su un blog, rievocando sapori assaporati ed indimenticati in un anno. Nell'anno che sta per finire.
Insomma, sei food-addicted e tutto, ma proprio tutto, ti parla di cibo.

La presa di coscienza di questo tuo state of mind ti spalanca le porte dell'onniscenza. Tutto si fa più chiaro.
Non negarlo, sei food-addicted. Per questo...

...non passi il Capodanno con Loro. TU sei diverso. (e su chi esclude chi, poi, si potrebbe disquisire a lungo)

...ritorni al Monolocale in Centro con le valigie cariche di sensazioni vissute ed impresse a fuoco sulla pelle, nelle viscere, nella testa. Torni una, due, tre volte. Hai la tristezza nel cuore, dimentico del fatto che - per tornare tre volte - sei partito tre volte.

...ogni prima volta l'affronti con l'entusiasmo del bambino che muove i primi passi. E' stato così con la gelatiera, con il sifone, con la disarmante eclatanza di un'aerificazione.

...vivi successi sfavillanti e waterloo che abbatterebbero un bisonte con la frivolezza d'un pensiero dedicato a qualcosa da sgranocchiare, mordicchiare, sbocconcellare.

...anche la preparazione del più rùushtico dei panini si trasforma in un rituale gastrointellettuale.

...te ne freghi delle problematiche di traduzione, ché se si parla di frutti esotici e pietanze multiculturali non c'è un linguaggio peculiare, no. I food-addicted vivono in una Torre di Babele tutta fatta di marzapane.

E poi, che sei food-addicted, se ne accorgono anche gli altri.
Tipo Angelo, che per Natale mi ha fatto portare dal Babbo Rosso un bel libriccino sui cocktails.

Sto preparando un esame. Diritto dell'Unione Europea. E' sputando sangue sul manuale che mi imbatto nella celeberrima sentenza che codifica il "principio del mutuo riconoscimento" e, per via giurisprudenziale, il conseguente "principio delle esigenze imperative", la sentenza 120/78, meglio nota come Cassis de Dijon (parlez-Vous français?).

Poi, uno dice la food-addiction.
Mi sono subito precipitato a vedere di usare il Cassis de Dijon in cucina.
Come?

Preparando, à la Max, un Kir Royal.


Ingredienti:
1/10 Crème de Cassis
9/10 Champagne

Versare la Crème de Cassis nel flûte. Colmare con la sciampagna. Mescolare rapidamente.

La nascita del Kir la si deve al sindaco/sacerdote di Digione nel ventennio 1945-65, tal Canon Felix Kir.
Variante del Kir (che anziché lo Champagne contempla l'uso di vino bianco secco)





Bene, se la food-addiction è una malattia, non voglio guarire mai.

Per questo ci aspetta, nel Monolocale, un duemilaotto coi controfiocchi.

Siete tutti invitati, ça va sans dire.

lunedì, dicembre 24, 2007

venerdì, dicembre 21, 2007

Ispirazione liquida


My mojito en la Bodeguita, my daiquiri in El Floridita, disse - così sembra - un giorno Hemingway.

E certo, esordire in maniera più banale era complicato.
Ma così c'eravamo lasciati quando vi chiedevamo se vi gustasse il Mojito, e qua ci ritroviamo, a parlare di parole nel bicchiere ed ispirazioni liquide, di scrittori, banconi da bar, e personaggi visionari (tipo Perico Chicote) che dietro quel bancone si celano.
L'amica Silvia Seracini segnalava ieri, sul sito di Racconti Di Città, un articolo uscito su Forbes Traveler, intitolato apputo "Liquid Inspiration".

"Spesso quella dello scrittore è una vita solitaria - forse è per questo che tanti famosi (ed infami) romanzieri hanno frequentato i tavoli sgangherati ed i sporchi banconi dei bar di tutto il mondo", incalza Lauren Sherman.

E la rassegna è davvero ampia.
Certo, ci sono i già citati ed inflazionati Floridita-Bodeguita del Medio del buen retiro cubano di Hemingway. Ma anche il Ritz Bar di Parigi (già sancta sanctorum bibendi di Marcel Proust) e l'Harris di NYC, dove lo stesso Ernest H., a braccetto (e a quanto pare, anche attingendo dalle sue tasche) con F. Scott Fitzgerald, tracannavano Picasso Martini da trentuno bucks (ergo, dollari) a volta.

Ma la vita da bar non è solo yankee. A Londra, all'Eagle and Child, Clive Staples Lewis e J.R.R. Tolkien si incontravano ogni martedì - e lo fecero per trenta anni consecutivi.

Il dublinese Davy Byrnes, pub preferito di James Joyce e Samuel Beckett, ha fatto anche qualche comparsata in Gente di Dublino e nell'Ulisse.

Per finire con l'esotico (per la location) eppur vittorianissimo Long Bar del Raffles Hotel di Singapore, che sulle sue sedie ha visto poggiarsi le letterariamente somme chiappe di Kipling, Conrad e Burgess, quello dell'Arangia ad Orologeria.
Che sia stato qualche long drink di troppo?

lunedì, dicembre 17, 2007

Paccheri ripieni di BRASATO su bianco di FINOCCHIO


Sveliamo l'arcano....
Sul Brie ci avete azzeccato!!....ma è il ripieno la parte forte!! Si tratta di un brasato di scamone fatto marinare per una notte con un buon vino rosso, sedano, carota, cipolla rossa, porro, ginepro, chiodi di garofano, pepe nero,alloro ed un pezzetto di cannella.
Dopodichè prendete le verdure della marinata e le fate stufare con un filo d'olio. Asciugate la carne e la infarinate leggermente e la cauterizzate in un tegame con un filo d'olio. Unitela allora al fondo stufato e portate a cottura con il vino della marinata.
Quando sarà tenera frullatela insieme alla salsa avendo l'accortezza di togliere le bacche di ginepro, il chiodo di garofano e la foglia di alloro. Riempite i paccheri precedentemente cotti al dente e gratinate in forno con un pezzetto di brie.
Alla base una semplice crema di finocchi ottenuta cuocendoli nel latte e poi frullati con un goccino di panna (facoltativa)
Allora cosa ve ne pare??

EHi!Lo so è da qualche giorno che non posto nessuna ricetta...
Il problema è che non ho tempo!!!

Questi paccheri però li dovevate proprio assaggiare.....troppo buoni!!!

Avete capito cosa c'è dentro??? E sotto??

Io ora devo scappare che ho un po di impegni da sbrigare...

Voi pensateci...

Oggi pomeriggio vi spiego come si preparano!

giovedì, dicembre 13, 2007

L'asterisco (Secondo ed ultimo tempo)

Piccolo riassunto del primo tempo.
[...] Sabato sera.
Voglia di spaghetti con le vongole veraci al fresco, aria frizzantina con reminescenze salmastre a stuzzicarti le narici.
Scelta del luogo giusto, sempre troppo difficile, nella città del pressapochismo ristorativo.
[...] "Il Pappafico".
Proviamo, mai andati.
Maddai, è chiuso.
Di sabato? Di sabato.
Luci spente. Le sedie sopra i tavoli.
Proviamo? Proviamo.

(L'intero primo tempo qua)


Secondo tempo.

Mangi nel più totale silenzio. Gradisci o meno, poco importa. Ti perdi negli occhi di chi ti sta seduto di fronte, che vorrebbe sciorinarti considerazioni ed appunti, ma che non ti dice nulla perché il commendator Arsella è lì, poggiato sullo stipite della porta della cucina, che ti segue trasognante e demoralizzato al contempo, pronto a cogliere ogni impercettibile segno di indignazione, a carpire se e quanto quell’asterisco posto al lato di ogni pietanza – che riporta ad un monocorde “prodotto surgelato” – faccia inorridire, pugnalata di fuoco tra le scapole sudate nonostante la maglia della salute.

Il cinereo livore della scalinata monumentale al chiar di luna abbraccia le evanescenti considerazioni del post-cena. “Certo, a due metri dai pescherecci, darti il fritto di paranza surgelato…”, ti dice lei. Immagini il commendatore sedersi scosso, ferito nel profondo, con le scarpe da cameriere che gli vanno strette ed il papillon a togliergli il respiro.

Fermare il corso del tempo, la fuga del pesce, il meccanismo che ti ingloba e come melassa non ti libera più, l’invasione degli astici sudafricani, dei gamberi del pacifico, di tutto ciò che è “altro”, dell’esotico, la teoria del vantaggio comparato, l’apertura delle frontiere... A pensieri come questi il commendator Arsella cerca di dedicare meno tempo possibile.

Soprattutto di sabato sera, quando il locale dovrebbe esser pieno ed invece sui tavoli disimpegnati aleggiano solo le zanzare e la melensa presenza di un passato glorioso.

Un giorno, magari, parlando del suo Pappafico deciderà di raccontarsela tutta, la storia. In sordina, come nel suo stile, svincolato da facilistici j’accuse.

Ponendo, vicino al suo nome, un asterisco che rimandi ad una nota a pié di pagina*.


*
Il Pappafico, ça va sans dire, esiste ma non si chiama così.
Il commendator Arsella anche.
In quanto a noi, beh, non l'abbiamo mai provato.
È che tutti quegli asterischi ci spaventano.
Davvero.

lunedì, dicembre 10, 2007

L'asterisco (Primo Tempo)


Poggiato sullo stipite della porta socchiusa della cucina, il commendator Arsella, braccia conserte e sorriso imperscrutabile distrattamente poggiato fra il mento possente ed il naso rugoso, butta l’occhio stanco tra i commensali.
Il chinchigliare delle posate, lo scampanellio dei bicchieri cozzati nel brindisi hanno lasciato il posto a chiacchiere alticce, sguardi languidi ad attrici imbellettate, fumo blu di sigaretta che qualcuno, sprezzante, ha fatto brillare nella penombra della sala. I piatti, colmi di gusci di vongola e cozze che hanno fatto il loro corso, giacciono cadaverici impilati sul carrello di servizio, al lato della tavolata.

S’apre la porta, preannunciata dal tintinnare di un marino acchiappasogni. Tra le gambe scheletriche delle sedie riverse sui tavoli, la scena svanisce nebulosa.
“Siete chiusi?”, chiedi.
“No, no, venite” ti dice il commendator Arsella.

Sabato sera.
Voglia di spaghetti con le vongole veraci al fresco, aria frizzantina con reminescenze salmastre a stuzzicarti le narici.
Scelta del luogo giusto, sempre troppo difficile, nella città del pressapochismo ristorativo.
Riverberi di tramonto sulla facciata di Porta Livorno messa a nuovo. Marmoreo pallore su giochi di luce ocra e tinte pastello. Mura medievali incombenti, minacciose, imponenti. Moli svuotati da vorticosi turbinii mondani, spumeggio d’onde sulla china del traghetto che, al suono di sirene, abbandona il porto ad altri lidi diretto.

"Il Pappafico".
Proviamo, mai andati.
Maddai, è chiuso.
Di sabato? Di sabato.
Luci spente. Le sedie sopra i tavoli.
Proviamo? Proviamo.

“Sedetevi dove volete”, ti dice senza guardarti negli occhi il commendator Arsella.

Un ristorante vuoto di sabato sera t’induce a pensare. Balenano quattro o cinque riflessioni che volentieri faresti a meno di confessare all’oste di turno. A volte ti vien voglia di mollare, fuggire, correndo a perdifiato, per mano, sorridenti come in quel film di Godard (Bond a Part, del 1964).

Sulla parete, incorniciato da due stelle marine imbalsamate e sbiadite ed un drappeggio di reti da pesca consunte, una foto in bianco e nero immortala facce da celluloide anni ’70, quella Cinecittà da bere che risaliva il litorale tirrenico verso Nord, canticchiando “tutti al mare, tutti al mare…a mostrar le chiappe chiare”.
E dietro di loro un porto che stenti a riconoscere, l’attracco dei traghetti ancora lì, tra il Molo del Bicchiere ed il Forte, prima che ragioni di stato lo spostassero nell’anonimato di una banchina costantemente in-progress, avulsa, non-luogo destrutturato e destrutturante.

Protagonisti di film dalle colonne sonore fischiettate e Punt e Mes in ogni inquadratura.

(2 be continued nel week end)

venerdì, dicembre 07, 2007

Scaldiamoci!

In questi giorni fa veramente freddo...il tempo è grigio...e l'apatia è dietro l'angolo...


Quindi che ne pensate di una calda minestra ristoratrice e corroborante??


Io la suggerisco in abbinamento ad un comodo divano provvisto di plaid scozzese con lo stereo di casa che suona il nuovo singolo dell'inimitabile Lorenzo!!


Vi aiuto a prepararla:
Ci sono varie maniere per preparare la minestra di lenticchie...io prediliggo questa rapida e veloce!
Lessate le lenticchie e scolatele.
Preparate un soffritto di cipolla ed uno spicchio d'aglio che toglierete quando avrà esaurito il suo dovere; un pezzetto di peperoncino, un po di pancetta per dare ancora più sapore e sedano sottile. Per profumarla potete sbizzarrirvi...rimanendo nel classico io metterei un rametto di rosmarino.
Aggiungete le lenticchie fate insaporire qualche minuto...unite allora anche la pasta e aggiungete brodo vegetale bollente man mano che la pasta cuoce (tipo risotto). In parte del brodo che aggiungete sciogliete un po di concentrato di pomodoro...secondo me ci sta benissimo!


Ancora fumante versatela nelle fondine e servite con un filo d'olio a crudo!

lunedì, dicembre 03, 2007

Se una notte d'inverno un assaggiautore... (ovvero, infernale calembour per gourmands "nel mezzo del cammin di loro vita")


Se una notte d'inverno un assaggiautore volesse scoprire dov’è che andiamo, il consiglio è quello di non sfogliare certe pagine. Perché chi ama il cibo, e ancor di più chi ne parla, non gode sempre di amore sviscerato.

Scomodando il Divino Dante, ricorderemo che nel Terzo Girone Infernale, quello dei golosi, il contrappasso è di rotolarsi nel fango come bestie sotto una pioggia incessante. Dovendolo spiegare ai più piccoli, racconteremmo loro: "Scendono una scala ancora/Dante e l`amico poeta/e trovano la dimora/di un orco che inquieta/tutti quelli che in vita/hanno amato caramelle,/torta Sacher ben farcita,/merendine e ciambelle."

Ma non si vive di solo Dante. Diremo allora che in un manoscritto irlandese del Medioevo, il gourmand è costretto a starsene seduto ad una tavola imbandita con ogni ben di Dio senza poter assaggiare nemmeno un boccone - nella migliore delle ipotesi - o trangugiare rospi e rettili, nella peggiore.

Ma il nadir si tocca nella Raurave, terzo degli otto piani dell’inferno buddhista, dove i critici gastronomici galleggiano in eterno nelle acque di un fiume. Di tanto in tanto un demonio ne tira fuori uno e lo invita a rifocillarsi. Facendogli ingoiare un calice di piombo incandescente.

Questo è dunque il nostro destino?

Com'è che si dice... Welcome to hell.

Credits: Dante Alighieri, La Divina Avventura e Stewart Lee Allen (autore di “Nel giardino del diavolo", fonte d’ispirazione oggi)