mercoledì, febbraio 28, 2007

Decanter


Decanter...ecco il link....Cos'è????? E' una trasmissione radiofonica condotta da due eccellenti gastronomi Federico Quaranta e Nicola Prudente in onda su radio2 dal lunedì al venerdì dalle 21.00 alle 24.00.

"Decanter è un luogo di ritrovo virtuale sia per eno-appassionati che per astemi: non solo cibo e vino, ma eventi, aneddoti, curiosità gastronomiche, consigli salutari, itinerari, strade del gusto, battute e siparietti, libri e musica... Nell'atmosfera tipica di un moderno convivio intervengono direttori di testate giornalistiche, scrittori, cuochi, attori, cantanti, editori di guide specializzate, giornalisti e naturalmente gli ascoltatori in un interscambio di pensieri non solo eno-gastronomici. "


Vi consiglio di ascoltarla e di visitare il sito...la skif parade dove potrete trovare per esempio la coca cola fritta, yogurt gassato e colorato, formaggio spray e tanti altri prodotti che non mangereste mai è imperdibile!!!

lunedì, febbraio 26, 2007

Cenere sei, e cenere tornerai...


Odiare, si può. Nella fattispecie, i libri, gli appunti sparsi, le dispense, le sottolineature di un manuale di diritto tributario.

Da domani, mentre frigoleranno sulla terrazza del Monolocale ingiallite pagine piene di decreti legge e legislativi, si tornerà a fare ciò che più ci piace. Ci sono ricette da provare, alchimie da studiare, parole da cuocere a fuoco lento....

E poi c'è da pianificare la serie di incontri sulla birra con la Condotta Slow.

Per chi volesse saperne di più, trovandosi in zona Civitavecchia et hinterland, consigliamo di imbucare una missiva in slowfoodcivitavecchia@yahoo.it


venerdì, febbraio 23, 2007

Le sensazioni sprigionate da certe righe...

...sono indimenticabili. Bastano una manciata di parole per ritrovarsi immersi in un contesto polisensoriale, che ti graffia l’anima.

Quando lo traduci, un romanzo, l’innamoramento è più viscerale, e più profondo.
Per rimanere fedele all’intentio auctoris, quei profumi, quegli odori, quei fumi azzurrognoli e quelle note musicali devi ricrearle di fronte a te, aggregarti alla festa. Brindare con la camicia slacciata e la mente vuota. Fino a notte fonda. Fin quando ce n’è.

Questa è la vita all’interno dello zuccherificio San Lucio (da Écue-Yamba-Ó, di Alejo Carpentier, in via di traduzione)

Nelle locande si scaricano lastre di carni essiccate e tranci di baccalà; da un sacco strappato piovono a cascata ceci sulla testa di un maiale che strilla. Due isolani troneggiano sull’etichetta di un pacco di farina di mais tostato. L’hotel americano lascia che il suo bar venga verniciato d’un falso mogano. Ci sono sigarette straniere con le effigi di principi strabici. Panetti di andullo avvolti nella carta argentata. Madonne ed odalische. Puttane che ostentano scudi reali, Khedives o mocassini indios. I caffé di bassa lega e le cantine vengono addobbati. Centinaia di alcolici vengono situati negli scaffali. L’acquavite di canna, che puzza di terra. I rum nelle damigiane. I vetri brinati, torbidi, bottiglie-acquari che racchiudono un germoglio di zucchero candito. Su alcune etichette ballano militari vestiti di scotch whisky. Carta bianca. Carta dorata. Le stelle del cognac si trasformano in intere costellazioni. Ci sono torinos fabbricati a Regla e liquori d’anice imbottigliati in fiaschi patriottici con nastri celebrativi. Medaglie. “L’Esposizione di Parigi”. “Il migliore”. Una litografia che mostra una cavallerizza con un vestito di lustrini e stivali a mezza gamba, seduta sulle ginocchia di un anziano lussurioso e pluridecorato. Non manca addirittura il Mu-kwe-lò di riso, conservato in panciuti recipienti di fango scuro giunti al caseggiato, dopo cinquanta giorni di viaggio, via San Francisco, avvolti in manifesti del partito nazionalista cinese. La sete è epidemica. La bevanda stempera i nervi di quelli che entreranno quotidianamente nel ventre del gigante diabetico.

Per vari giorni, uno strepitio crescente turba le vie del paese. Gli inni religiosi, ululati dalle giamaicane, si alternano con il lavorare dei contadini scandito da un incisivo ticchettio di claves. Il fonografo del negozio cinese eiacula canzoni di amori cantonesi. Le grasse zampogne di qualche galiziano discutono con le fisarmoniche asmatiche dell’haitiano. Le pelli dei bongo vibrano per simpatia, scoprendo l’Africa nei canti della gente di Kingston. Si gioca a tutto: ai dadi, alle carte, al domino, al ventilatore usato come roulette, alle mosche che volano sopra montagnole di zucchero turbinato, ai galli, alla padella, alle tre spallette, al “cochino ensebao…”. (Gli haitiani "si giocano il sole prima dell’alba", opinano i contadini cubani). E un bel giorno c’è una nuova animazione nelle vie del caseggiato. La disciplina si fa sentire in mezzo al disordine. L’ambiente si vela di una preoccupazione. La luce, gli alberi, le bestie, sembrano attendere speranzosi qualcosa. La brezza si lascia ascoltare per l’ultima volta nei pressi della fabbrica. Si attende…

Andullo: tabacco da masticare
Khedives: medaglie arabiche
Torinos: cioccolatini
Mu-kwe-lò: piatto cinese
Claves: strumento musicale
“cochino ensebao…”: gioco popolare che consiste nell’inseguimento e tentativo di cattura di un maialino unto

Muffin della buonanotte


Sono gli ultimi frenetici giorni della mia sessione d'esame....poi potrò finalmente tornare a crogiolarmi fra fornelli e libri di cucina...per adesso....dato che l'agitazione e l'ansia si fa sentire ed un dolcetto prima di dormire ci sta sempre bene...per conciliarmi il sonno mi sono praparata questi muffin "tranquillanti" con i fiori di camomilla.

Sono semplicissimi e veloci...alla normale base per muffin aggiungete un paio di cucchiai (poi regolatevi voi a piacimento) di fiori di camomilla (li trovate in erboristeria )leggermente sbriciolati.

Ingredienti per la base neutra:
1,5 cup di farina
¾ cup (180 ml) di zucchero semolato
2 cucchiaini da te colmi di lievito
½ cucchiaino da te di sale
1/3 cup (75ml) di olio
1/3 cup di latte
1 uovo
2 cucchiai di estratto di vaniglia
Per prima cosa unire tutti gli ingredienti secchi e poi aggiungere la parte liquida infine i fiori di camomilla...infornate a 190° per 20' e Buonanotte!

lunedì, febbraio 19, 2007

Insalata di mare profumata all'arancio rosso di Sicilia


...Dato che pur essendo pieno inverno il clima è abbastanza mite...perchè non preparare una golosa insalata di mare???!!!


Cominciamo dai calamari...lavateli con cura cercando di togliere anche la pellicina esterna e staccate le ranfette...poi si passa al taglio...infilate un coltello con la lama abbastanza larga dentro la "testa" del calamaro, poi con un altro coltello tagliate le rondelle. Il coltello infilato dentro eviterà di tagliare anche l'altra parte facendo restare unite tutte le rondelline.


I gamberoni devono semplicemente essere lavati e sgusciati lasciando la testa e la coda. Dopodichè tagliate il corpo in orizzontale in modo da levare il budellino nero (che sennò in bocca scricchiola!).

Ora prendete un tegame e metteteci dentro l'acqua che porterete a bollore. Quando l'acqua bolle mettete dentro i gamberi e scolateli dopo circa 30 secondi così rimangono morbidi. Poi prendete la seppia e la cuocete nella stessa acqua per 2 minuti circa e in ultimo le ranfette. Per fare in modo che le ranfette vengano arricciate non buttatele semplicemente nell'acqua ma tenetele in verticale con una pinza vedrete che subito si tirano sù!

Come condiamo questa insalata???
Facciamo una emulsione con il succo di un arancio rosso di Sicilia, sale, pepe, e olio....ricordatevi che l'olio deve essere aggiunto a filo mentre sbattete con una piccola frusta...in questo modo l'emulsione diventa densa e non scivola via dagli ingredienti.

Per servire facciamo una base di insalatine di campo (misticanza), dei finocchi tagliati molto sottilmente e messi a bagno in acqua e ghiaccio per renderli ancora più croccanti e qualche fettina di arancio pelato a vivo. Adagiamo sopra il nostro pesce e nappiamo con l'emulsione praparata. Io ho aggiunto anche della barba di finocchio che da colore e accentua un po il sapore dolce del finocchio.

Per accentuare l'elemento croccante si potrebbero sbriciolare sopra delle nocciole tostate tritare...che però io non avevo!!

Buon San Va-Lentino



















Festina lente. (Affrettati adagio)
A. Manuzio

domenica, febbraio 18, 2007

Peccato...


Venerdì scorso abbiamo deciso, en passant, di regalarci un’altra razione di golosità e curiosità

Ma l’esperienza organolettica che ci hanno regalato Mirko e Martina – per la cronaca, frittura di gamberi e tarassaco con marmellata di arance e cipolle rosse di Tropea, catalana di gamberi, zuppa inglese con cioccolato Valrhona 70% e coccole più un ron añejo, senza dimenticare la sorprendentemente favolosa Nora del Birrificio Baladin, rara doppio malto da abbinare a tutto pasto – ha avuto, stavolta, un’appendice amara…

Nelle chiacchiere post-cena, infatti, proponiamo a Mirko di pianificare un bell’evento per il prossimo borderò slowfoodiano civitasvetulino. Ma è proprio in quell’istante che ci annunciano che a fine mese lasciano Civitavecchia, Mirko e Martina, per tentare una nuova avventura in quel di Ferrara.

È ineluttabilmente una perdita pesante per la gastronomia cittadina, oseremmo dire senza remore che lasceranno un vuoto incolmabile. Perché era e – a maggior ragione – sarà sempre più difficile incontrare chefs che sappiano riporre più passionalità e spirito di sperimentazione di loro in questo dedalo di case e vie che si dipanano tutt’attorno al porto, sconosciute ai più, ma nelle quali si aggirano gustonauti ai quali verrà a mancare un punto di riferimento solido.

Mirko e Martina, pur di non farsi inglobare nell’impasse civitasvetulina, pur di non farsi corrodere dalla rugginosa immobilità macchinosa delle istituzioni, pur di non conformarsi alla cecità per gusto e curiosità che contraddistingue non tutti ma la maggior parte degli altri mestieranti del luogo, hanno deciso di allontanarsi verso il mare aperto, abbandonando la baia melmosa con uno scodinzolìo brillante d’argento tra le soffici schiumose spume d’onda che si rifraggono sugli scogli del Pirgo.

Ci mancherete. Buona fortuna!

giovedì, febbraio 15, 2007

Il Caciofiore della campagna romana


Dato che in questi giorni a causa degli esami ho avuto poco tempo per cucinare...non vi posto nessuna ricetta ma vi vorrei intrattenere pochi minuti descrivendovi uno dei formaggi di cui la mia regione va più fiera, nato nell'antica Roma e considerato un antenato del pecorino...forse uno dei migliori, sicuramente dal gusto particolare e difficilmente confondibile...sto parlando del Caciofiore della Campagna Romana! Io l'ho scoperto organizzando un evento per la mia condotta Slow Food ...se vi fate una passeggiata appena fuori Roma al caseificio De Juliis oppure a Bracciano al caseificio di Sergio Pitzalis vi consiglio di assaggiarlo accompagnadolo con una fresca birra belga...oppure con del miele...o così in purezza!



"E' grazie all'azione proteolitica degli enzimi di un fiore, il cardo selvatico, che nella campagna romana si produce uno dei formaggi di pecora più caratteristici del mondo, tutelato da un presidio Slow Food. La crosta giallognola racchiude un cuore di formaggio quasi liquefatto, dalla cremosità sorprendente e dal sapore intenso, non salato, lievemente amaro. I fiori blu violacei dei cardi si raccolgono durante il periodo estivo e si lasciano essiccare al buio per quattro o cinque giorni. I petali essiccati sono poi macerati nell'acqua per un giorno e flitrati con un telo sintetico. Il caglio così ottenuto si prepara solitamente il giorno prima della produzione del formaggio. In un recipiente contenente il latte di pecora mantenuto ad una temperatura costante di 38°, viene aggiunto il caglio vegetale. Si lascia coagulare per circa un'ora, quindi si procede ad una prima rottura, per mezzo di una lama lunga e liscia, in grossi cubetti ci circa sei centimetri di lato. Trascorsi venti minuti si effettua la seconda rottura per mezzo di un mestolo forato. In questo caso poichè la consistenza della pasta è simile a quella di un budino, i pezzi risulteranno irregolari e grossolani. La massa è quindi adagiata nelle formelle per 24h in modo da far spurgare il siero e e darle la classica forma di mattonella. Salato a secco, il caciofiore è trasferito nel locale di stagionatura dove resta per 35-40gg, alla temperatura di 7-10° con una umidità del 90-95%.
Equilibrato ed avvolgente il caciofiore mostra una personalità decisa. la pasta è umida, morbida,compatta,friabile, di colore appena più chiaro della crosta; l'occhiatura è lieve e difforme. Al naso si avvertono sentori di paglia bagnata e verdure di campo cotte, con un'armonica punta di stallatico. In bocca il formaggio è cremoso e tende a sciogliersi; spiccano sentori vegetali, una nota grassa piacevole e pulita e un finale lievemente astringente e pungente. " Da "Guida ai Formaggi d'Italia".

lunedì, febbraio 12, 2007

FOODBALL: MAGNAROMA ATTO II

Il calcio, quello vero, è diverso da quanto si è detto e scritto in questa settimana.
Noi che lo sappiamo continuiamo ad averne fame.
A noi, piace viverlo così.

F

Er Sor Franco e la di lui figlia Rosella, gestori della Taverna, decisero poi, un bel giorno, di investire su uno chef che potesse lavorare a lungo e con calma olimpica, senza avere tutti i giorni un diavolo per Capello. Per facilità, ne scelsero uno in gamba e, de facto, senza capelli.

Senza orpelli era invece la sua cucina, destrutturata la si sarebbe definita.

Gli ingredienti erano gli stessi della tradizione, undici in pentola, qualcun altro nella dispensa. Il segreto stava nel combinarli in maniera innovativa, non convenzionale.

Decise, quello chef, di proporre un menù rinunciando ai piatti di punta. E se proprio non se ne fosse potuto fare a meno, beh, sarebbe stata la più umile e verace delle portate a stagliarsi sempiterna ed intramontabile. Un piatto, una bandiera. Come solo i facioli co le cotiche sanno essere.

Con un occhio alla stagionalità, optò per molti prodotti ortofrutticoli della Primavera. Certo, gettando un occhio alle tendenze fusion. Giunse a combinare empanadas cilene (ma pequeñas pequeñas) a churrascos brasileiros ficcanti come gli spiedi che li infilzavano.

Ed anche la carta dei vini era di tutto rispetto. Vi figurava, ad esempio, un raro Sauvignon Blanc Chateau de Mexes ’82. Poi, un Latour De Rossi di recente insignito del quarto grappolo da una rassegna mondiale tenutasi in terra teutonica, ma anche una selezione accurata di novelli. Per i palati meno esigenti, una birra bionda svedese, dal gusto deciso e forte, la Wilhelmsson. Per le bollicine andò sul classico: Ferrari. Per non dimenticare il Gran Riserva Principe Vucinic, sebbene qualcuno, sul Gran, riponesse più che qualche dubbio.

Si riempiva tutti i giorni, la taverna der Sor Franco. A pranzo e a cena, che ci fosse sole o temporali scroscianti. E gli avventori, saldato il conto, se ne uscivano sazi e soddisfatti.

Prenotandosi per il finesettimana successivo.

Eppure, chissà com’è, nonostante la qualità, nonostante tutto, le stelle – le guide – alla fine le rilasceranno solo a certi posti d’élite di Milano, locali Internazionali, dove il conto è salato e gli ingredienti costosi, ma soprattutto dove lo chef non accenna ancora a tagliarsi quel ciuffo sbarazzino…

sabato, febbraio 10, 2007

Borragine in pastella con mozzarella ed acciuga



Questi involtini sono semplici ed appetitotosi....come si preparano??


Per la pastella mettete 3 parti di farina normale ed una di farina autolievitante e unite birra ghiacciata fino ad ottenere un composto omogeneo e abbastanza denso.

Poi prendete un bel ciuffo di borragine, staccate le foglie lasciando appena un pezzetto di gambo e dopo averla lavata con cura (dovrete sopportare la puntura delle sue spinette) la asciugate e cominciate a fare gli involtini. Come? ora ve lo spiego...

Prendete la foglia e ci mettete sopra un quadratino di mozzarella e un pezzetto di acciuga, poi chiudete delicatamente e infilate lo stecchino..dato che dentro c'è la mozzarella, gli involtini devono essere chiusi molto bene altrimenti in cottura l'olio vi schizza come un fuoco d'artificio, quindi potete rinforzarli mettendo una doppia foglia come ho fatto io...appena l'olio è ben caldo li mettete a friggere fino a quando non saranno dorati...un po di sale e via a tavola!!

giovedì, febbraio 08, 2007

...Giocando con il fruttosio....


Il mio primo approccio con il fruttosio! Io li trovo molto carini...poi il fatto che siano trasparenti mi piace particolarmente! ...hanno solo una pecca....sono un po appiccicosi...cercherò di migliorare!
Leggendo il libro "Il gelato estemporaneo" di Davide Cassi ed Ettore Bocchia ho visto che si può impiegare in moltissimi modi e soprattutto (e questo l'ho anche testato) fondendo ad una temperatura molto bassa si può lavorare con le mani senza ustionarsi!
...appena ho tempo cercherò di fare qualcosa di meglio...per ora mi faccio uno spuntino dolce con i miei croccanti!

lunedì, febbraio 05, 2007

Mini penne "risottate"


















Quando ho visto il nuovo formato di pasta della Barilla non ho saputo resistere...le mini penne rigate sono il top!
Ero indecisa su come prepararle...così ho optato per due sughetti semplici che sicuramente avrebbero esaltato i miei "piccolini". Però invece di cuocerle bollendole nell'acqua, per dargli più sapore le ho cotte come se fossero un risotto...prendendo spunto da una ricetta di Simone Rugiati che gli avevo visto fare un po di tempo prima.
Per le prime ho fatto un semplice sughetto alla marinara. Ho soffritto aglio, olio e peperoncino con qualche gambo di prezzemolo e un po di pasta d'acciughe ho aggiunto il pomodoro e lasciato cuocere per qualche minuto poi ho unito la pasta e portata a cottura con brodo vegetale aggiunto poco a poco.
Il secondo sughetto è altrettanto semplice e a dir la verità l'ho anche postato un po di tempo fa....ma vi faccio un ripassino...soffriggete come prima aglio, olio e peperoncino con pasta d'acciughe, unite il cavolo romano (quello verde con le punte!) e poi la pasta...portate a cottura con brodo vegetale e alla fine mantecate con un po d'olio aggiunto a crudo.

Buon Appetito!




venerdì, febbraio 02, 2007

FOODBALL: MAGNAROMA Capitolo 1

A pensarci col senno di poi – e con un pizzico di benevolenza –, se Der Spiegel ci ha definiti calciofili mangiapasta (più una carrettata di improperi ed offese varie) non è che abbia sbagliato poi di molto (carrettata esclusa).
Noialtri italici siamo riusciti a concentrare nella stessa giornata, la domenica, una serie di abitudini che rappresentano l’elevazione spirituale in calce ad una settimana di purgatorio. Messa, pranzo-abbuffata a casa dei parenti più stretti, partita di pallone. Rigorosamente una di seguito all’altra, un po’ per sussiegoso rispetto, un po’ per linearità inattaccabile. Tre gioie per l’anima.
A farne le spese, allontanandosi dall’età da catechismo, è inevitabilmente la prima. Ma il melange nella quale le rimanenti due si fondono riesce sempre a riemergere, con costanza, dal novero dei ricordi più belli.
Dovessi scegliere tra le fettine di carne panata di nonna e Beppe Giannini che mostra le tre dita dopo una vittoria “una e trina” in un derby di più di dieci anni fa, beh, tentennerei per più di un attimo.
Pensi all’Olimpico e al mangiare, tourbillons emozionali t’assalgono subitaneamente.
Spesso la gita domenicale comincia con un atto gastronomico. Preparandoti – o facendoti preparare – i panini. Mia nonna era geniale. Nelle diciassette – a quei tempi non c’erano anticipi né posticipi – domeniche a cavallo tra il 1995 e il 1996 ha dato il meglio di sé, riuscendo ad infilare nel ventre accogliente delle rosette praticamente di tutto. Per un Roma-Sampdoria d’inizio primavera diede vita, in preda a deliri d’onnipotenza, alla mefistofelica entità del panino-pasto completo, riuscendo ad imbottire le due semisfere di pane con frittata di patate, formaggio filante e salsiccia, all together. Difficile dimenticarlo, anche perché quando Abel Balbo venne a festeggiare la doppietta sotto la curva io ero lì, da qualche parte in mezzo alla folla, a contorcermi per i dolori di stomaco.
Ma non sempre fai in tempo ad attrezzarti per il picnic. Ed allora, angeli dalle ali unte di grasso, vengono in tuo soccorso gli zozzoni, i paninari ambulanti che si piazzano all’imbocco del vialetto che costeggia il Foro Italico e che farciscono il pane raffermo con salsicce di dubbia provenienza e crauti, senapi e maionesi, checiaps custoditi in silos da venti litri e pericolosi – oltre che per i trigliceridi – per l’incolumità dalle macchie della sciarpa giallorossa stretta al collo.

Altri soggetti gastronomici quantomeno coloriti si aggirano per e fuori dallo stadio. Più ti avvicini alle gradinate e più spunta da ogni angolo qualcuno pronto a rifilarti caffè borghetti, il caffè liquoroso dello sportivo, ergo di quello che – alle nove e mezza di sera di un trentun gennaio particolarmente freddo – se ne sta ad incitare la sua squadra in curva sudde piuttosto che non a casa, ammaliato dalla tecnologia del digitale terrestre. Un tempo, strateghi della promozione commerciale, gridavano “Borghetti, caffè borghetti, biglietti”, che faceva pure rima ed aveva un effetto fonico sensazionale. Oggi, per via del decreto Pisanu, la figura del bagarino-caffettaro s’è fatta sbiadita polaroid d’un tempo che era e che non tornerà.
Tra i seggiolini del settore Distinti S
ud – Er Bozzo avrebbe detto “settore pe chi saa sente calla” – s’aggira poi er nocciolinaro, silhouette mitica, sbracciato pure quando fanno due gradi, che scende gli scalini camminando all’indietro per non farsi sbilanciare dal sacco di iuta che porta legato al collo, davanti a sé, rigonfio di bruscolini e noccioline.
Ma la figura più carismatica è senza ombra di dubbio quella de er bibbitaro. Er bibbitaro è la valvola di sfogo umorale del tifoso.
Stai vincendo? Lo raggiungi, gli lanci pure un sorriso, scambi due battute.
Stai perdendo? Lo cerchi con lo sguardo e, una volta adocchiato, urli “A BIBBITAROOOO!”, esigendo che passi dalle tue parti.
Er bibbitaro trascende da ogni legge umana e divina.
Infatti, mentre i carabinieri con indefessa solerzia tolgono tappi e tappetti, lasciandoti a rimirare pensoso bottiglie da un litro stappate, avviluppato nell'interrogativo di come farai a berti tutta l’acqua prima che nella confusione si rovesci ingloriosamente a terra, er bibbitaro no.
Lui le bottiglie te le consegna con tutto il tappo.
Noblesse oblige.

giovedì, febbraio 01, 2007

Pannacotta con pere al Malaga




Questo dolcetto mi è venuto proprio bene! …Si si…sono proprio soddisfatta…provateci anche voi e non rimarrete delusi!


Per la Pannacotta (per 4 porzioni)
Ingredienti:
225g di panna liquida
125g di latte fresco
35g di zucchero
½ baccello di vaniglia
2,5 g di colla di pesce

Mettere ad ammollare la colla di pesce. In un pentolino unire i restanti e far bollire per circa 3’. Togliere dal fuoco, strizzare la colla di pesce ed unirla al composto. Far appena intiepidire e versare negli stampi. Mettere in frigo fino a che non si rassoda. In questa ricetta la pannacotta rimane molto morbida, se vi piace più soda aggiungete un po più di colla di pesce.

Il Malaga:
Procuratevi del buon Malaga e mettetelo sul fuoco con cannella, anice stellato (basta anche una stella!) un pezzetto di baccello di vaniglia, un po di zucchero a piacere (io ho usato 4 cucchiai per mezzo litro di vino) e un chiodo di garofano…mettete sul fuoco e quando è ben caldo, diciamo bollente, unite le pere, fatele cuocere come descritto sotto e una volta scolate lasciate il vino sul fuoco a restringere. Deve ritirarsi fino diventare uno sciroppo…per aiutarvi potete unire un po di zucchero ma mi raccomando non esagerate!...ci vuole solo un po di pazienza!

Per le Pere:
Sbucciate le pere (½ per porzione) - io ho usato delle pere Williams perché sono morbide ed assorbono bene il vino – strofinatele appena con mezzo limone per non farle scurire e cuocetele intere nel vino speziato per circa 8’. Scolatele e fatele un po freddare…dopodiché tagliatele a cubetti togliendo la parte interna con i semi.

Le coppette le ho fatte con la pasta fillo. Ho preso delle coppette e le ho girate e spennellate d’olio. Dopodiché ci ho adagiato un primo strato di pasta fillo, poi ho bagnato pochissimo con un po di tuorlo d’uovo ed ho unito l’altro foglio facendo in modo che gli angoli non fossero sovrapposti. Infornato per 2’ a 180°